18 gennaio 2014

Era già successo quello che succederà domani, era li e bastava guardare e voler vedere e si sarebbe visto, anche perchè non c’era niente di nascosto, non detto, celato o tramato. Tutto fatto sotto la luce del sole, addirittura spiegato. Si trattava solo di capire come ‘ufficializzarlo’, e un attimo di smarrimento ci ha colti tutti, la deriva cominciava a essere troppo lunga, rischiavano di infrangersi contro qualche inevitabile scoglio (poi magari un giorno qualcuno mi spiegherà come si calcolano i tempi tra l’emissione di una sentenza e l’applicazione della pena) e allora ecco che si stringono i tempi e si arma l’ego del momento e si procede, lanciando il grullo oltre l’ostacolo. Domani con una cerimonia,un rito, complesso e semplicissimo si ufficializzeranno questo e i successivi governi Letta, Gianni ovviamente.

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L’arte dell’oggettivo e dell’improbabile…

La politica dovrebbe essere il luogo dove si aggregano istanze e se ne fa governo, non onanismo o anelito.

Istanze precise, precisi fini, chiari e netti obbiettivi, relativi sempre e comunque ai tempi, alle possibilità e alla percezione, senza la pretesa di diventare salvazione o consenso o fede, senza mai perdere di vista l’utilità sostanziale della contraddizione e della dialettica.

La politica poi, dovrebbe essere capace di dimostrare, e agire, la necessità dell’inclusione per generare mutazione e , soprattutto e  finalmente, apprezzare la vertigine dell’arte del relativo e del possibile.

la-teoria-della-relatività-dellautostima1Relativo e possibile, due concetti di cui ignoriamo, e con un certo orgoglio, l’essenza e l’uso. Abbiamo sempre preferito l’oggettivo e l’improbabile, siamo inclini alla intransigenze esistenziali, agli accomodamenti semantici, alla coltivazione intensiva di ansie da abbandono e separazione irrisolte.

Relativo e possibile, due parole che descrivono e annunciano evenienze  e  opportunità.

Oggettivo e improbabile, due fallimenti annunciati nell’enunciato che li annuncia. Una noia mortale, come stiamo vedendo in questi tempi.

Lo sputo collettivo.

sputare

Il voto a Grillo,per molti, doveva essere solo lo sputo, quello che – si dice-  sia ineguagliabile nella rimozione di sporco e aloni da vetri e specchi.

Lo sputo sullo specchio in cui ci guardiamo  compiaciuti mentre   ci lamentiamo o ci indigniamo o ci esaltiamo e che comunque ci esonera da ogni responsabiltà in quanto signore e  padrone unico delle parvenze che riflette, e che ormai era diventato lordo al punto da non poter neppure più assolvere al suo compito di assoluzione.

Ma troppi hanno sputato, e imprevedibilmente, tutti insieme, e ora non sappiamo più dove guardarci e dove ritrovarci e a chi dare la colpa, resta solo  quell’enorme e inane e massa di inutile muco, e il rischio  è di affogarci, sul serio.

Doveva arrivare questo momento: quello specchio avremmo dovuto romperlo tanti anni fa e magari accollarci i sette anni di disgrazie : un anno di  smarrimento, uno di ripensamento, uno di rinuncia alle appartenenze apodittiche e rassicuranti, uno per imparare ad essere liberi, uno per faticare per restarlo, uno per scindere la politica dalle pastoie e dalle sicurezze esistenziali e uno per trovare la dignità di cittadini che non abbiamo mai voluto, sette e  non necessariamente in questo ordine.

Ora possiamo solo annaspare,  e  aspettare che quella bava si secchi da sola come è naturale che avvenga per la sua già asfittica natura e  poi torneremo a guardarci, sperando di trovarci uguali, nel solito specchio, forse tirato a lucido, ma di sicuro sempre lo stesso, perchè, diciamocelo, ci piace.

(scritto e non riletto, per ovvi motivi)