Io e ‘Migrazioni’. (1)

Sono inquietanti i toni del dibattito sulla questione ‘migranti’, è inquietante come ancora una volta si proceda per ‘ideologie’, senza un minimo di realismo, di pensiero critico, di contestualizzazione e di sforzo per un approccio laico agli accadimenti. C’è chi teorizza già complotti contro le ong, chi invece le benedice, chi tutti chi nessuno, chi tutto chi nulla ma la questione resta comunque ferma in quel tratto di mare, senza un prima e senza un dopo, in quello stramaledetto tratto di mare in cui sembra che tutto si compia, l’inizio e la fine, dove dei ‘personaggi’ bardati per l’occasione recitano l’antica tragedia della vita e della morte, del male contro il bene, del diavolo e della mano santa. Facile, troppo facile e anche vergognosamente deresponsabilizzante, gioco retorico, esercizio di stile sulla pelle altrui buono per coscienze sudice e per nostalgici della certezza di essere comunque i Migliori. Sono profondamente a disagio.

Urge, a mio parere, fare il punto cognitivo sul termine ‘umanitario’. Urge perchè lo si confonde spesso con ‘salvifico’ e non a caso essendo noi pervasi da una cultura che non ha mai voluto lasciare la dimensione del gregge accontentandosi del ‘buon’pastore qualunque esso sia. Umanitario è un atto che tiene conto della dignità e della dimensione personale, del contesto e del prima e del dopo senza limitarsi all’emozione del durante. Permettere che si continui a trafficare in esseri umani, addirittura favorendone il traffico, non è salvare, è promettere una salvazione in cambio della dignità di quelle persone, e non c’è nulla di ‘umanitario’ in questo, c’è molto di arrogante, di quello si.

Roberta Anguillesi

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Parole, atti e omissioni.

PAROLE

Ci sono parole che appaiono e poi scompaiono dai dibattiti e forse anche dai pensieri con una velocità impressionante. Parole che non hanno il tempo di diventare parte attivai in un ragionamento in divenire ma che si ritagliano un settore di significato e vengono usate solo e soltanto in un contesto, in quel contesto prettamente legato all’attualità, parole dunque che non sono più ‘segni’ comunicativi ma ‘eventi’, ‘cose’ e non significati.

In questi giorni di acceso confronto sul fenomeno migranti è sparita la parola ‘terrorismo’, sparita dai media, sparita dalla elaborazione e sparita da ogni ragionamento, sparita senza lasciare traccia alcuna.

Eppure abbiamo tanto ragionato su come il disagio culturale, identitario e politico, nelle banlieu o nei quartieri ‘riserva’ abbia facilitato le radicalizzazioni islamiste e gli atti terroristici realativi, abbiamo tanto disquisito sulle disperazioni omicide e suicide facilitate da un malessere culturale e esistenziale e  di come certi paesi abbiano costruito al loro interno artificiosi luoghi di vuoto dove coltivare il mito di una integrazione che somigliava più a una assimilazione rivelatasi poi peccato di vanità.

Abbiamo teorizzato come quelle realtà fossero la santabarbara perfetta per le suggestioni totalizzanti di aspiranti califfi, di signori della guerra il cui fine è solo, alla faccia dei martiri e di allah, una questione di dominio e sfruttamento di quelle terre.

Ci abbiamo tanto ragionato, anche sull’errore marchiano di abbattere i dittatori per conto di popoli che, si dice, solo con quelli possano essere ‘controllati’, abbiamo tirato in ballo decenni di fallimentari esportazioni di democrazia, si fa per dire, e ora ci strabattiamo il petto nel solito nostra culpa, simile più alla confessione di Ser Ciappelletto che a una assunzione dignitosa di responsabilità, ancora una volta la giaculatoria celebrante della nostra immensa superiorità e onnipotenza di illusi padroni del mondo.

 Ma nonostante tutto questo tourbillon di raffinate letture ora le conseguenze che noi stessi abbiamo additato non contano più, disagio e ‘terrorismo’ e risposte mai date e gli errori e anche e soprattutto le loro, supposte, conseguenze non trovano più posto nella narrazione del presente, dell’attimo, della mattinata, e sparite, disperse nel nuovo tema senza storia nè memoria e nè futuro dell’ accoglienza, parola che per altro non ha alcun significato reale.

Allora mi chiedo ma che abbiamo di meglio da offrire? dibattiti in cui le parole e i concetti appaiono e scompaiono a seconda? emozioni legate all’ultima news? fabbricati di mattoni da riempire di cosa? O meglio ancora di chi? E mi chiedo ancora, perchè ci ostiniamo a ragionare se perdiamo anche le parole per strada, limitiamoci a guardare e poi chiosare polemici e saccenti, come siamo avvezzi a fare.

Migranza.

Io non ho nessuna paura di Salvini, perchè Salvini è un sintomo e neppure di quelli più dolorosi. Salvini e il salvinismo sono rigurgiti, grezzi e logori, di un sentire antico, grezzo e logoro. Io non ho paura neppure di ForzaNuova, non ho paura dei neonazisti, dei neofasciti e neppure dei neocomunisti, non ho paura dei neo-nazionalisti, dei ‘poveristi’ e degli afflitti da senso di colpa e dei tolleranti per delirio di superiorità. Io ho paura dell’incapacità di capire, analizzare, reagire, elaborare e coraggiosamente fare i conti con l’elementare natura umana che tutti, e dico tutti, abbiamo dentro. Sono una evoluzionista senza scrupoli, sono una cognitivista senza scrupoli e sono una con pochi scrupoli quando si tratta di fare i conti con i miei ‘sentire’, anche i più arcaici, anche i più conficcati nel profondo del profondo della mia umana amigdala. Poi, arriva la ragione. Io ho paura di tutti i ‘creazionismi’ e ciò che ne deriva, ecco, di quelli si.