Matteo ‘sintesi’ Renzi, ecco perchè

Quando si decisero le sorti di questo paese, tra Salerno e L’Oltretevere passando per Stalingrado con fermata a via del Gesù, per prima cosa se ne decise una spartizione non solo politica ma soprattutto culturale e addirittura cognitiva. L’Italia venne spartita un due, due potentati, due bacini elettorali, due enormi squilibrati contrafforti l’uno necessario all’altro per perpetrare l’equilibrio statico e congelato di cui ancora paghiamo pegno. Mezza Italia alla democrazia cristiana, mezza al partito comunista italiano, mezza italia alle acli e mezza alle arci, mezza Italia all’oratorio e mezza alla casa del popolo. Potremmo definire questa spartizione anche geograficamente, ma in realtà vi erano delle garanzie superiori alla logistica, le migrazioni interne ad esempio furono un metodo per calmierare i consensi, immettendo bacini di voti al nord con una connotazione operaista a far da contrappeso al conservatorismo storico, o inurbando selvaggiamente Roma con una iniezione di proletariato fortemente addomesticabile all’assistenzialismo, insomma, si costruì una sorta di equilibrismo sociopolitico finalizzato unicamente, e trasversalmente, al controllo, capillare e totalizzante, di un paese che, per volontà trasversale e per filosofie politiche apparentemente opposte ma nell’essenza uguali, non doveva avere una reale evoluzione democratica, un percorso moderno di espansione del diritto e della cognizione e della formazione di cittadini nel senso borghese, liberale e illuminista, ma di sudditi e fedeli. Due chiese, il bipolarismo perfetto, due chiese apparentemente l’una contro l’altra armate la cui unica preoccupazione era il mantenimento di un potere aristocratico e fideista. Il progetto riuscì benissimo, con l’ausilio di trovate che sfiorarono la genialità: la cura con cui si mantenne in vita ( con l’escamotage dell’arco costituzionale) l’eredità fascista, per farne da una parte un continuum sociale e dall’altra uno spauracchio da slogan; o il controllo totale delle istanze sociali e del diritto o addirittura del ‘ricreativo’ o del culturale, tutte imprigionate nelle stanze e nelle logiche del partitone o della parrocchia, tutte controllate, marchiate, svuotate, governate e di fatto inficiate dalla lunga mano dell’atto di fede ideologico e di appartenenza; o la coltivazione intensiva di misteri italiani, contorsioni quasi mistiche, utili a un decubito della memoria e a un pensiero magico infantile, che addomestica e mitridizza e rende impotenti e fatalisti; o la visione della classe politica come una sorta di eletti ma, badate bene, nel senso trascendentale del termine, eletti dal dio rivelato e migliori e inamovibili per fatale elezione.

Ecco, a grandi linee, ciò che siamo stati e ciò che ancora rischiamo di essere, il frutto senziente e caparbiamente e volontariamente accondiscendente di questa operazione cui ci siamo prestati in cambio della deresponsabilizzazione totale, di un paio di certezze identitarie, la promessa di una rivoluzione postdadata a mai che ci consolasse, un paio di patroni di cui farsi clienti, la rinuncia alla fatica immensa del diritto e del dovere, la scelta chiara e netta delle aspirazioni e del progetto politico, sociale e culturale cui delegare la costruzione di un paese credibile.

La fine dell’alibi ‘comunista’, nonostante i suffissi ridicoli tipo euro di berlingueriana memoria, e la crescente secolarizzazione delle società liberali, hanno messo ovviamente in crisi l’equilibrio squilibrato e abbiamo cominciato a navigare a vista, tra nebbie nostalgiche, orfani disperati, personaggi che vollero farsi re con la psicosi di Mida, e salvatori, registi e comparse, giustizialismi decadenti e decadenza da ipertrofia dell’ego, e poi profeti e maghi e l’immensamente piccolo a far da scudo al sempre più immensamente grande, e uno stuolo di analfabeti che hanno intravisto la possibilità di farsi sapienti e potenti.

Poi è arrivato Renzi.

Al momento giusto, è arrivato il giovinotto, capace e ambizioso che, con una disinvolta e sapiente arte del farsi ponte tra il sentire passato e la necessità del mutamento, anzi, del superamento elaborato e sedimentato dello stesso, si è fatto sintesi, plastica rappresentazione, mostrando e dimostrando ciò che siamo ( ed eravamo ) in un modo che, ho pensato e sperato e creduto, potesse essere l’inizio del superamento del passato ingombrante, una sorta di figura propedeutica all’inizio di un modo diverso di approcciare la politica, diverso ma uguale al punto da, freudianamente?, elaborare e andare poi avanti.

Renzi, il catto-comunista, con un piede all’oratorio e l’altro al circolino arci, con la furbizia tutta democrista e l’affabulazione e la ‘coraggiosa denuncia’ magari vana ma capace di empatia tutta rossa, è la sintesi perfetta di quello che non riusciamo a superare, e come tale avrebbe potuto fornire un punto di partenza, scuotere l’albero, mostrare la palude e spronare il paese a crescere, questo ho voluto credere, ma questo purtroppo non è.

Un altra occasione persa, un altro enorme sacrificio al dio instabile di un paese che neutralizza ogni occasione, che agli specchi finisce per preferire sempre i ritratti nascosti in soffitta, e che dimostra sempre, quasi con compiacimento disperante, la necessità di affidarsi a re, profeti, santi e vati, quasi felice di non aver mai avuto occasione per affrancarsene. (scritto e non riletto)

Roberta Anguillesi

 

 

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Aspettò di vedere la sua creatura dimostrarsi immortale…poi spirò…

sospeso

Quando morì Cossiga, 17 agosto 2010, assistemmo alle esequie più veloci della storia, l’elaborazione del lutto contenuta in un titolo di spalla, sepoltura e oblio nello spazio di un mattino.

Cossiga, la faccia brutta della dc, che si fede  giullare grottesco e pauroso, che si era fatto personaggio, torvo e inquietante, il pazzo, la faccia vera della democraziacristiana, la maschera che rivela.

Oggi è morto Andreotti. Il divo, colui che era, Lucifero a mezz’aria, tra il cielo e gli inferi, ammirato, amato, necessario per mantenere a mezz’aria un paese che doveva restare immoto, sospeso tra bene e male, senza soluzione, senza precipitare o spiccare il volo.

Andreotti era l’incarnazione di questa sospensione, stava li, mezzo angelo e mezzo diavolo, maledetto e poi rimpianto, ammirato e maledetto, inarrivabile e invidiato per quell’equilibrismo che garantiva tutti, che esimeva questo paese dal diventare un paese reale, nel bene e nel male, che consolava e rassicurava, rappresentando impassibile  tutto il male e tutto il bene; lì appeso, a mezz’aria e noi con lui, grati e ammirati, comunque grati.

Andreotti di certo è morto in pace, il giusto riposo di chi sa di aver compiuto la sua missione, e sa di lasciarci li, appesi, in quel limbo che lui ha creato, voluto e preservato, impassibile e feroce.

Neppure il funerale di stato ha voluto, nessun rito, nessuna elaborazione, nessuna rimozione, questo Stato è lui e saranno esequie lunghe queste.

 

Il partito dei partiti

Questo governo non è di coalizione, nè di larghe intese, è un monocolore

mobydick

democristiano. Fatto e pensato e calibrato con la sapienza che solo i democristi hanno dimostrato ed affinato in decenni di regno, con tutti i pesi e i contrappesi al loro posto, ministre e controministri, concessioni al pop e al folk, tutto studiato, soppesato, oliato e calibrato per funzionare alla perfezione ma non oltre la propria – calcolata –  utilità;  nè prima e nè dopo il momento giusto per produrre, e per partenogenesi ovviamente, qualcosa di uguale e ugualmente perfetto.

Governo di baricentro, di ritrovato equilibrio, una restaurazione soft, ovattata, dall’odore di sacrestie e fioretti, stucchevole ma autorevole per quelli che confondono, e sono tanti, l’autorevolezza con la rassicurazione.

Un bel governo di merda, in sostanza, che dimostra come sia vano, impossibile forse, salpare l’ancora in questo paese…chiamatemi Ismaele, comunque, ci tengo.

(scritto e non riletto nè ora nè mai)