Marino.

La vicenda Marino non mi sorprende. Anzi in un certo senso mi diverte come divertono le conferme a Cassandra. In sostanza la riformona dei sindaci eletti direttamente è stato il cavallo di princisbecco per dare l’impressione del ‘cambiamento’ e della ‘modernità’. Ricordo la faccia triste del primo sindaco eletto ‘direttamente’ a Firenze, triste come la società civile da cui, trionfalmente si diceva, provenisse e della quale, poi, si sarebbe vista e per 20 e rotti anni la reiterata e imbecille dabbenaggine e creduloneria. Nel merito la vicenda Marino la si può spiegare solo con una forma mentis e un approccio cognitivo cui io, spontaneamente quanto razionalmente, ho rinunciato definitivamente, potrei trattarne solo con un approccio storiografico, da accademia. Ho un presente da vivere e da capire, io.

Roberta e il senso, sorprendente, del presente.

E’ con rammarico profondo, ma soprattutto con una antipatica sensazione di dolorante ironia, che assisto a come, ora che siamo a un pelo – per scienza e coscienza – dal poter apprezzare l’individuo e il suo millenario cammino all’interno, per quanto sopra o sotto o di fianco, delle società che si è dato, proprio ora che siamo a un pelo, si scelga, articolando o facendosi articolo, di rinnovare l’inchino al presente, all’immodificabile, al fatale, al dio ( di spirito o di certezza, comunque certo e immutabilmente certo) del presente che pone e dispone in magnifica ognipotenza, in abiti di nostalgia o, al sommo dell’eleganza, di ‘cultura’ quella sui libri, benedetta come rivelanza e mai come grandiosa dubitanza. Mai come oggi, nel senso proprio di oggi, si è deciso di legarci all’oggi, al subito, ora o mai più, perdendo anche la cognizione del mai più e giocandosi, in pratica, anche la vertigine del poi che, poi, è quella che ci mantiene vivi. Sisifo si sente sulla cima del monte e scruta il panorama, e si aspetta dal panorama la salvazione dall’onere e dall’onore della fatica, credendosi liberato ma finendo a tentare di ingannare il senso, il sasso e anche gli dei, componendo  jodler di pizzo e merletto, noiosi come la morte. Ho solo la prefazione a quello che potrà accadere, e non è che sia poi così compiacente con l’autore che ancora non conosco e al libro che, una cosa è certa, non potrà mai essere rivelanza, perchè, se così fosse, andrebbe scritto e finirebbe per lasciarsi accalappiare dalla lusinga dell’oggi che si nutre di oggi e che si illude di salvarsi con l’oggi, anzi con l’ora, nel senso del subito. (scritto e non riletto, dedica compresa della quale però son certa e affettuosamente fiera)

Cazzeggio annoiato.

E’evidente che abbiamo un problema grosso con ‘quello che si mangia’. E’, ovviamente e se si usa la ragione e non la suggestione, un non problema che deve però presentarsi come tale per attirare l’attenzione su ciò che ‘ci mantiene vivi’, dal momento che troppo complesso sarebbe chiedersi cosa e come e quanto e perchè e con quale diritto lo si sia, vivi, in un mondo che, abbiamo deciso, non potrà più sorprenderci, nè, tantomeno, toglierci la vita. Tutto questo segone per dire che, sostanzialmente, sottrarre cibo e aggiungere significati a tale sottrazione è una trovatina che non mi appassiona, una perdita di tempo, un ulteriore rinvio, una ouverture mediocre mentre s’aspetta che cominci l’opera eccelsa in cui qualcuno finalmente ci assicuri l’immortalità ma proprio in terra, perchè quella nei cieli è piena di vergini in attesa e dei sempre più incredibili e sfuggenti. Io esco dal teatro, c’ho un sacco e una sporta di cose da fare, e sinceramente d’essere immortale non me ne importa nulla…anzi.

Ponti.

palafitte

Niente più dell’acqua da il senso del peso effimero. Niente più dell’acqua descrive il passaggio, e le acque chete rovinano i ponti e i ponti poi crollano perchè è giusto così.

Due giorni, e Venezia è morta dentro di me. E’ morto Tadzio, col vestitiono logoro, è rimorto Gustav Aschenbach, ormai rimasto sena il Von che probabilmente non aveva ma meritato.

Ridatemi Palmira. intatta, e io  vi regalo Venezia, perchè io non so più dove comincia, e può e deve cominciare, il ‘punto di conservazione’, allora ridatemi Palmira, ridatemi qualche dio strano che mi somigli e che non tema la celiachia, e io, cambio, vi regaòp Venezia e le sue acque chete, che logorano i ponti, e i ponti che si si lasciano logorare per stanchezza, per eccesso di bellezza che è già  bruttura che potrebbe tornar dignitosa soltanto se cede, e deve cedere.

Ridatemi Palmira. E’ mia,  e vi regalo Venezia a due condizioni, assumentevi la responsabiltà dell’affondarla camminandoci sopra col vostro di dio che è peso e muto e stronzo quanto quello che assunse il leone, unico bestio di pietra, che vuole ora di poter ritornare pietra,e lo intuisco dal ghigno di bestio che bestio vorrerebbe crepar, senza quel Marco evangelista che da secoli lo ha ormai lasciato solo  travestito da agnello, per quanto ferino. E Lasciatemi il ponte, quello che non sospira, non rialza, non calle, non campiello, il ponte che apre e racconta, nelle curva di marmo, tutto il marmo, e nelle scale di vetro tutto il vetro, e nella campata che campa tutto quello che le acque chete, per ora, e fino al misterioso punto di conservazione, sapranno campare, e campando camperemo. Lasciatemi quel ponte,ridatemi Palmira, e quel ponte lo voglio che poggi, sulla terra di solida terra, e finisca dritto dritto nel ricordo che conserverò, che non porti che all’acqua, che affondi Venezia, perchè è giusto così, perchè e umano così, perchè è necessario così. Senza l’affanno di cercare bellezza, camminando su l’acqua cheta che vi lascio in cambio del deserto che mi consola, Assumetevi voi la responsabilità di affondare Venezia  ma fatelo presto, perchè per pudore, terrore, vertigine io non posso, senza un languore banale. Chè Venezia torni, e cheta, tra le acque chete. Io  non posso desiderarne la distruzione totale così come in verità le desidero, ridatemi Palmira e so che sarò più libera. Lasciatemi il ponte che. moderno va e racconta e unisce la riva, la terra al mare che deve riprendersela, e almeno mi lascia lo sguardo, da occidente a oriente, libero, paurosamente libero, e io e il leone torniamo, senza la maschera e senza il dovere di sentirsi rivelati, a guardare un mare aperto, Profondo, pericoloso, terribile, ma aperto. Aperto.  Roberta Anguillesi.

( il Ponte è quello di Calatrava, che ringrazio.)